La concorrenza, il nostro lato oscuro

25 Marzo 2021

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La concorrenza è nociva per un brand quando diventa una questione personale, che poco attiene al business. Saperne elaborare e assimilare la presenza aggiunge invece valore.

In questo blog post trovi:

  • gusto menta: perché la concorrenza è importante;
  • amici o nemici: la concorrenza non è un fatto personale;
  • da concorrente ad antagonista: l’Ombra di Jung;
  • Microsoft e Burger King: due esempi di concorrenza;
  • cane non mangia cane: è possibile collaborare?

“NON TUTTI I GUSTI SONO ALLA MENTA”

Mia nonna me lo diceva spesso, da bambina e poi da ragazzina. Davanti alle prime delusioni della vita mi ripeteva che non tutti i gusti sono alla menta. Alludendo al fatto che non si può piacere sempre e che, per fortuna, al mondo vi è tanta varietà. Perciò a qualcuno di sicuro si piacerà, prima o poi.

Questo ragionamento calzante nella vita quotidiana resta valido anche nel business, applicandolo alla concorrenza. Viviamo in un contesto di libero mercato perciò l’offerta è tanta e variegata, adatta ad accogliere tutti i gusti. Così il fatto di non piacere a chiunque e avere dei concorrenti va gestito in modo propositivo dal brand perché spinge a:

  • trovare la propria identità e distinguersi dagli altri;
  • comunicare in modo personale per raccontarsi alle buyer personas;
  • innovare e migliorare la propria proposta (prodotto o servizio che sia).

“NON ESISTONO AMICI O NEMICI, SOLO CONCORRENTI”

Questo sosteneva Aristotele Onassis (che viene dopo mia nonna), invitando a non prendere la concorrenza sul personale. È pur sempre e soltanto una questione di business. Invece accade talvolta che il concorrente sia percepito come un nemico. Un personaggio pronto a rovinarci la piazza e pure la vita.

Questo accade quando un concorrente:

  • è la proiezione delle nostre insicurezze;
  • incarna la paura della sconfitta;
  • diventa il paravento dietro cui nascondere eventuali fallimenti.

Ciò capita spesso quando il concorrente viene vestito da antagonista ed è riconducibile a una persona fisica. Quando ha un nome-cognome e magari ne conosciamo pure l’indirizzo di casa. Quello che dai social network sembra lavori a manetta oppure ostenta una sicurezza che… anche meno, grazie.

L’OMBRA

Da tale prospettiva, l’antagonista incarna uno dei dodici archetipi di Jung: l’Ombra. Come spiegò lo psicologo stesso nel 1939: «La figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili».

L’Ombra è perciò il nostro lato oscuro. A volte rimosso o rifiutato, porta con sé frustrazioni, insicurezze, risentimenti e anche un po’ d’invidia. Facendo psicologia spiccia, il concorrente diventa così il portatore di alcune nostre caratteristiche represse. E ciò genera: fastidio, ansia e repulsione.

Suggeriscono i professionisti della psiche, per il proprio bene e anche del brand, di affrontare le zone d’ombra e integrarle nella propria storia. Nel proprio agire. Bisogna trovare il modo per pacificare la parte più scura di noi (perché il problema è nostro, mica dell’altro) e farla diventare motivo di crescita individuale e professionale. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Ma non impossibile e, di sicuro, salutare.

CONCORRENTI SERPENTI

L’atteggiamento da avere verso la concorrenza è perciò zen. Conoscerla serve. Anzi: è vitale, ma non deve essere un’ossessione. Così come non può essere un obiettivo il pensiero di sconfiggerla e diventare leader maximi del mercato. Anche in questo caso, mi rendo conto vi siano delle difficoltà. In un regime di scarsità, dove l’offerta supera la domanda, digitando la parola «concorrenza» sui motori di ricerca vengono fuori pagine di consigli su come primeggiare sugli altri. Una vera e propria istigazione all’annientamento. O comunque allo sfruttamento della concorrenza con fini speculativi e di rivalsa. Come hanno fatto alcuni celebri marchi.

Partendo dal caso di Microsoft che, nel 1997, salvò Apple dal fallimento per non diventare monopolista negli Stati Uniti, alla campagna di Burger King del novembre 2020. Probabilmente la ricorderai. Tramite un annuncio la nota catena di fast food invitò la clientela a servirsi da McDonald’s (e dagli altri competitor, citati nel testo ma non nell’head della pubblicità). La motivazione era salvare posti di lavoro durante la pandemia. In realtà, più che di collaborazione, si è trattato di una strategia mirata a far parlare di sé e consolidare (o alludere?) un posizionamento da leader del mercato. Per niente disinteressato e comunque un po’ meschinetto.

CANIS CANEM NON EST

Tralasciando questi casi, le collaborazioni tra concorrenti capitano spesso nella realtà. Accadono quando si riconoscono nell’altro le competenze che non ci appartengono o non abbiamo sviluppato, ma che servono per erogare il miglior servizio o fornire il prodotto giusto al cliente finale. Allora può instaurarsi una cooperazione.

Alla base devono esserci umiltà, stima reciproca e fiducia per evitare spiacevoli episodi di cannibalismo. Che capitano, eccome! Ed ecco un altro motivo essenziale per cui è importante fare analisi della concorrenza, per conoscerla nel male come nel bene.

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Barbara Oggero

Barbara Oggero

Aiuto le attività imprenditoriali a comunicare e raccontarsi. I miei interessi e le competenze professionali sono evolute nel tempo ricoprendo ruoli professionali diversi che mi hanno portata a essere Consulente di Comunicazione e Immagine. Leggi di più

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