Il tuo ego è nemico del tuo brand

7 Maggio 2020

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I brand, soprattutto quelli più piccoli, pensano che mostrare e parlare solo di sé stessi, come avvolti in una bolla ego riferita, sia la chiave per comunicare in modo proficuo. In questo blog post ti spiego dove sta l’errore e qual è una buona soluzione per sanare l’errata convinzione.

“Non è il momento di promuoversi o di vendere, ma si può usare questo periodo di difficoltà per rafforzare i valori che definiscono e guidano l’organizzazione”. Lo ha detto nelle scorse settimane Scott Kronick, Presidente e Ceo dell’area asiatica di Ogilvy Public Relations, uno dei principali network di comunicazione e marketing (e pubblicità) al mondo. Il riferimento diretto è al periodo storico che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, con la società e l’economia globali in ridefinizione a causa del Covid-19 e lo spaesamento generale sul futuro. Ma l’affermazione di Kronick si poggia su una verità che valeva anche prima dell’emergenza sanitaria, ovvero l’importanza di comunicare i valori del brand. Una politica imprenditoriale destinata a consolidarsi almeno finché non approderemo a una nuova normalità.

Sicurezza e soluzioni

Come avevo già scritto in un post precedente, il compito dei brand ai tempi del Coronavirus è soprattutto di rassicurare il pubblico. Tranquillizzarlo sulla propria presenza e del fatto che stiamo condividendo uguali difficoltà da cui usciremo insieme. Trovando metodi alternativi, dove e se può, ogni brand deve inoltre garantire la continuità di erogazione del prodotto o del servizio anche in un momento tanto delicato. Per fornire alle persone delle sicurezze e delle soluzioni quando la situazione pare priva di appigli.

Tale è il momento contingente, transitorio, e molto presto si tornerà a vendere altrimenti sarà la bancarotta. Però nel frattempo è bene continuare a consolidare la propria presenza come brand attraverso la narrazione dei valori e dell’operatività, più che incitare al consumismo sfrenato. Tanto che, si stima, i consumi non primari avranno un’ulteriore flessione per un comportamento prudenziale delle persone dovuto a:

  • diffusa incertezza economica del futuro;
  • percepita ambiguità sullo standard di vita nell’immediato futuro (cosa si può fare e cosa no?);
  • nuove modalità di acquisto da sperimentare, mettere a punto, digerire e quindi attuare;
  • paura del contagio (anche se questo pare più un timore delle istituzioni che non dell’uomo comune).

Un’esperienza condivisa

Il periodo attuale conferma che la comunicazione funziona quando si basa sull’esperienza condivisa e la comunanza di valori. Comunicare significa raccontare qualcosa di sé e del proprio brand, nel quale il pubblico possa e sappia riconoscersi. Significa, ove possibile, fare uno storytelling (anche fotografico) per coinvolgere le persone in una narrazione originale che:

  • sia riconducibile al vissuto soggettivo del pubblico e alle sue convinzioni;
  • aggiunga qualcosa di nuovo alla conoscenza del pubblico, risolvendo dei problemi oppure soddisfacendo dei desideri.

Per farlo bisogna conoscere il proprio pubblico e pensare dalla sua prospettiva, mettendo in secondo piano sé stessi, come persone dietro il brand stesso.

Non è (solo) narcisismo

L’errore della comunicazione, soprattutto dei piccoli business, è di essere ego-riferiti. Ciò capita quando si parla solo in prima persona, credendo di parlare al cliente e di fare il suo interesse. È una sbagliata concezione che si traduce in un errore di comunicazione. Diventa evidente in fotografia quando si pubblicano soprattutto i propri ritratti (o dei selfie autocompiacenti e sfocati), oppure i testi hanno un carattere meramente promozionale, senza sentimento, privi di una finalità. Citando Il Marchese del Grillo, seppur in buona fede, la sensazione percepita dal pubblico è ben esplicata da Alberto Sordi nel famoso passaggio del film.

Però, più che di ego smisurati, questo comportamento è spesso causato da:

  • la mancanza di fantasia e di vision del proprio business, che si traduce in una strategia scorretta sin dalle basi;
  • una pigrizia di fondo che spinge a imitare gli altri (il famoso “così fanno tutti quelli che hanno successo” mettendo in prima fila influenZer sparsi e assortiti) senza pensare che nell’unicità di ciascuno sta il patrimonio indiscutibile che porta a essere riconosciuti e scelti anche per affinità;
  • la tendenza a misurare il risultato in base agli apprezzamenti ricevuti sulle proprie espressioni ammiccanti postate sui social network.

Comunicare in prospettiva

L’autoreferenzialità è un grosso errore, sempre in agguato. Per evitarlo è importante mettere una distanza tra chi siamo e ciò che raccontiamo, senza perdere di autenticità. Per farlo bisogna avere una strategia solida e ponderata da cui partire e sulla quale sviluppare la comunicazione. Da questa si progettano e producono le fotografie funzionali all’obiettivo da raggiungere. Ciò significa che, narrando noi stessi come professionisti dietro il brand, dobbiamo tener conto di quanto è veramente utile al pubblico, e di quale valore il nostro prodotto o servizio aggiunge al suo quotidiano e vissuto. E quindi mostrarglielo facendolo sentire il protagonista indiscusso della storia, della narrazione, della fotografia.

La differenza sottile, ma di grande rilievo, è tra: mostrare sé stessi come delle novelle divinità oppure condividere col proprio seguito il tuo valore aggiunto attraverso chi sei e cosa fai. Parlare di te senza restituire un contenuto utile produce un interesse limitato e una conversione ancora peggiore. Mentre muta l’interesse quando metti al centro della tua storia e della narrazione fotografica le persone che ti seguono.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

Lo puoi fare mostrando con orgoglio ciò che fai per le tue personas, che impareranno a conoscerti meglio e a sentirti più vicino. I meriti per l’impegno saranno riconosciuti perché il pubblico si riconoscerà nel tuo operato, raccontato anche attraverso le fotografie studiate e realizzate ad hoc. In questo modo le persone si sentiranno coinvolte e partecipi anche da remoto. È il modo per farle entrare nel tuo brand dalla porta principale e creare una relazione che possa essere convertita, a tempo debito, in transazione.

Certamente i tempi per vendere non sono del tutto maturi, ma in generale è sempre meglio costruire prima un rapporto attraverso la narrazione che tentare di fare il piazzista a freddo. Perché di prodotti è pieno il mercato, ma le emozioni che riesci far vivere agli altri – anche attraverso le fotografie – sono uniche e smuovono il mondo.

Post scriptum

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Barbara Oggero

Barbara Oggero

Aiuto le attività imprenditoriali a comunicare e raccontarsi. I miei interessi e le competenze professionali sono evolute nel tempo ricoprendo ruoli professionali diversi che mi hanno portata a essere Consulente di Comunicazione e Immagine. Leggi di più

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  1. Il ritratto nella fotografia di branding è vanità? | il blog di Barbara Oggero - […] scorsa settimana ho scritto su quanto l’ego sia nemico del proprio brand. Ciò accade in modo palese quando si imposta…

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