Quali fotografie per raccontare il tuo brand

21 Maggio 2020

storyboard fotografico personal branding storytelling

Le fotografie sono un elemento portante nella comunicazione di brand e nello storytelling. In questo blog post dico quali utilizzare e in che passaggi della tua narrazione collocarle.

La fotografia di branding e lo storytelling sono un progetto narrativo volto a comunicare col tuo pubblico e a creare legami con esso. Al pari della trama di un libro o di un film, la storia di un brand si costruisce attraverso dei passaggi salienti. Come ho scritto già in diversi altri post, alla base deve esserci una strategia di marketing e di comunicazione. In tutto ciò, le fotografie hanno un ruolo chiave perché il nostro cervello elabora le immagini con una velocità di 60.000 volte superiore ai testi scritti. Davanti a questo vantaggio, tutto neurologico, è bene utilizzare le fotografie più adatte allo svolgimento narrativo. E soprattutto che siano foto originali, personalizzate, costruite ad hoc sulla tua realtà imprenditoriale, col tuo mood visivo e quindi riconducibili solo al tuo brand.

Una storia tanti generi fotografici

La fotografia nel suo insieme è composta da tanti generi e molti trovano impiego nella narrazione di brand. Lo storytelling fotografico, al servizio dell’attività imprenditoriale e professionale, deve attingere dai diversi generi per effettuare un racconto completo, che metta luce su:

  • il contesto;
  • i personaggi;
  • gli strumenti;
  • le emozioni;
  • le situazioni.

Tutto questo rientra, in varia misura a seconda dei brand e dei casi, in uno storyboard, inteso come il passaggio precedente la realizzazione del servizio fotografico. Entriamo allora nel dettaglio dei generi fotografici utili alla narrazione di branding con alcune indicazioni di applicazione pratica.

      Ritratto

Il ritratto fotografico viene usato per introdurre i personaggi, per sottolineare momenti clou della loro storia e vicenda, per rappresentare le emozioni e conferire solennità al momento. Sul foto ritratto, l’uso e l’abuso che ne viene fatto da molti (piccoli) business ho dedicato un blog post con l’intento di sensibilizzare i professionisti a un uso consapevole, inserendolo in una strategia e non come compensativo di alcune lacune, personali e professionali. Per leggere il post devi cliccare qui.

      Paesaggi, architettura, natura

Tutti e tre i generi qui sopra contestualizzano la storia, sia nella fase introduttiva sia nei momenti dello svolgimento in cui è previsto un cambio sostanziale di scena (o anche solo di stagione!). La connotazione ambientale fornisce indicazioni su dove ci troviamo e cosa vediamo anche senza essere presenti. Ciò permette al pubblico di entrare nel mondo del brand. Una sorta di visita da remoto, utile a coinvolgere chi partecipa perché vengono fornite informazioni che concorrono a formare e consolidare un immaginario. La loro funzione è di introdurre nella storia evitando inopportune cesure psicologiche che catapulterebbero le persone in una situazione nuova, senza appigli o riferimenti coi quali si sentirebbero subito a proprio agio.

Dal punto di vista meramente fotografico, le immagini devono essere in panoramica e, all’occorrenza, anche coi dettagli dello stesso ambiente. Ti porto degli esempi, generici e generali. La loro applicazione dipende ovviamente dalla realtà imprenditoriale, che sarà diversa una dall’altra:

  • paesaggio > panoramica di un luogo simbolo come una piazza e dettaglio dei particolari salienti;
  • architettura > panoramica della sede dell’attività e dettaglio dell’insegna;
  • natura > panoramica bucolica e dettaglio degli elementi che la compongono come foglie, fiori, ecc.

      Still life

Lo still life è la natura morta di origine pittorica, ovvero i quadri con frutta, verdura, fiori, vasi, ciotole e selvaggina adagiati su ripiani e composti con millimetrica armonia. Gli still life di branding ne sono la derivazione. A comporre la natura morta nello storytelling sono quindi gli strumenti di lavoro e/o di contorno che, in una composizione più moderna, restano comunque adagiati su ripiani e composti con la dovuta concordanza. Vengono ripresi in gruppo, rimandando per funzione l’uno all’altro. Talvolta di alcuni ne viene fissato un dettaglio caratterizzante, magari mentre è maneggiato sicché abbia un’evidente esplicazione nel pubblico.

La loro funzione nello storytelling dipende dall’oggetto in sé e dalla collocazione della fotografia nello storyboard complessivo. In generale bisogna ricordare che in una fotografia possono rientrare anche degli oggetti decorativi, ma il fulcro devono essere quelli che hanno una vera utilità. Basti pensare cosa diceva Anton Čechov, scrittore e drammaturgo russo: se in una storia compare una pistola, bisogna che questa spari prima della fine. O che, aggiungo io, venga presa in mano da qualcuno per dare un significato alla sua presenza e caratterizzare la storia.

      Reportage e documentaria

Questi generi sono il cuore della narrazione di brand perché fotografano senza artificio lo svolgimento della storia in modo autentico. Un’autenticità che trova alloggio nello storyboard perché diventi fruibile al pubblico sotto forma di storytelling. Per semplificare, immaginiamo un artigiano alle prese con un processo di produzione o un professionista che articola la complessità del suo servizio. In tali immagini il pubblico trova e riconosce parte del proprio immaginario, costruito attraverso tradizioni, conoscenze ed esperienze pregresse.

Esiste però il rischio di realizzare immagini che cristallizzino il brand in uno stereotipo, facile da decodificare ma che non permette di distinguersi dai competitor. Diventa perciò importante che i momenti immortalati siano corrispondenti alla realtà, tengano conto dei valori e raccontino situazioni già interiorizzate a livello inconscio dalle buyer personas. In questo modo ciò che esse vedranno avrà un valore reale e saranno interessate a seguire lo svolgimento della storia con attiva partecipazione.

Sono scene dentro le quali le persone possono ritrovare qualcosa di sé stesse. Magari è solo un particolare a fare la differenza. Proprio quello che Roland Barthes, saggista – linguista – semiologo francese, ha definito il punctum (“La camera chiara” – pag. 27). Ovvero il tratto particolare che lo spettatore nota e lo rimanda a qualcosa di personale, riempiendo la foto di un significato unico.

      Concettuale, metafisica

Questo tipo di fotografie sono idee che prendono forma e diventano immagini. Sono utili per esprimere sentimenti, emozioni, conflitti nel loro svolgimento, nonché le sfide in atto. Per essere efficaci devono essere riconoscibili e condivise dal proprio pubblico. Non una copia di altro, bensì una rivisitazione personalizzata sul brand e la situazione contingente.

Anche in questo caso bisogna stare attenti a non cadere nello stereotipato, ma calibrare la creatività sui riferimenti iconografici delle buyer personas e sul posizionamento del brand. Solo così l’associazione avviene nella mente di chi segue la storia in modo inequivocabile e le fotografie assumono un valore significativo.

La morale è sempre quella

Come avrai visto, costruire la storia di un brand e raccontarla richiede varietà di immagini, spaziando tra i generi e collocando la giusta foto nel momento opportuno. Richiede senz’altro l’abilità tecnica di realizzare delle immagini di qualità, che siano emozionanti, e rispettino il carattere e la voce del brand. Ma che vengano anche pianificate a tavolino, tenendo conto di elementi strategici di comunicazione e marketing. Insomma: un’avventura entusiasmante che richiede una competenza trasversale. Iniziamola insieme!

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Barbara Oggero

Barbara Oggero

Aiuto le attività imprenditoriali a comunicare e raccontarsi. I miei interessi e le competenze professionali sono evolute nel tempo ricoprendo ruoli professionali diversi che mi hanno portata a essere Consulente di Comunicazione e Immagine. Leggi di più

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