Storytelling e coronavirus: le immagini per il tuo brand

26 Marzo 2020

barbara oggero fotografa di storie fotografia brand photo visual storytelling coronavirus covid19 quali foto evitare quali foto usareProseguono i miei post sullo storytelling e la fotografia ai tempi del Covid-19, per gestire la propria comunicazione con coerenza ed efficacia.

Il potere comunicativo delle immagini è stato dimostrato da più studi nel corso degli ultimi decenni. Nel saggio “L’immagine e l’occhio” del 1985, lo storico dell’arte Ernst Gombrich scriveva profetico: “Siamo alle soglie di una nuova epoca storica, in cui alla parola scritta succederà l’immagine”. In realtà l’essere umano comunica per immagini sin dalla preistoria con le pitture rupestri, riproducendo sulle pareti delle caverne le scene delle battute di caccia, raccontandole agli appartenenti del suo gruppo attraverso disegni e suoni gutturali.

A venire le effigi sulle monete, poi i quadri, quindi le grafiche e le fotografie. Tutto ciò ha da secoli il potere di veicolare messaggi e condizionare i comportamenti del singolo e della collettività. Fanno storytelling. Inoltre gli studi di neurolinguistica confermano: grafiche e immagini sono state usate soprattutto dalla politica e dalla pubblicità per suscitare emozioni e quindi reazioni nelle persone.

LE IMMAGINI COMUNICANO

Questo non significa che l’applicazione della neurolinguistica e la composizione delle fotografie debba essere considerata manipolatoria con un’eccezione negativa. La pubblicazione di un certo tipo di fotografie in epoca di emergenza sanitaria può fare la differenza per la collettività e per il singolo. La scorsa settimana, in un post pubblicato solo sui social network, ho esposto il mio punto di vista sul perché tante persone non avevano ancora compreso l’importanza di restare a casa. Ai soggetti visivi codificati dalla PNL mancava il supporto delle immagini per capire la distruzione provocata dal Covid-19. In questo caso la fotografia ha capacità educativa, di sensibilizzazione e propedeutica all’adozione di un comportamento virtuoso e solidale.

Lo stesso ragionamento si può (e deve) applicare alle fotografie che brand e liberi professionisti utilizzano per la loro comunicazione ai tempi del coronavirus, così da trasmettere un messaggio coerente con la situazione che tutti stiamo vivendo, la serietà individuale rivolta verso il bene collettivo, e i valori umani e professionali che lo contraddistinguono. Quindi, nella scelta delle immagini da pubblicare bisogna avere in questo momento degli accorgimenti per evitare di:

  • creare confusione in chi le vede e rimandare a comportamenti scorretti;
  • apparire non rispettosi della legge e menefreghisti verso chi ha perso la vita e la sta tutt’ora rischiando;
  • generare un’istintiva avversione in chi le vede.

Insomma, il rischio di fare un danno è alto.

PRIMA DEL CORONAVIRUS

Avrai notato che nei giorni scorsi alcuni programmi televisivi riportavano la scritta: “Registrato prima del DPCM del 8/3/20”. Questo per chiarire due aspetti, ovvero:

  •  adesso non stiamo così vicini vicini in quanto è pericoloso;
  •  non si sta trasgredendo una norma governativa.

Torneremo ad abbracciarci, baciarci e stringere le mani senza timore. Torneremo a uscire e fare la spesa senza stare in coda distanziati. Riprenderemo un’esistenza normale, o meglio: troveremo normale un’esistenza che prima era solo fantascienza. Di fatto, ciò che è stato prima non è adesso perciò tra le foto da maneggiare con cautela nel momento contingente vi sono:

  • i baci, gli abbracci e le strette di mano;
  • i momenti conviviali di grande vicinanza, soprattutto tra non appartenenti allo stesso nucleo famigliare, oggi interpretati come assembramento;
  • la natura che sboccia, a meno che non si abbia un giardino o un balcone fiorito;
  • gli ampi panorami, che non siano ripresi dalla propria finestra
  • passeggiate e scampagnate variamente assortite, a meno che tu non stia portando il cane a fare i suoi bisogni attorno al tuo isolato (e comunque raccogli i ricordini anche se in giro c’è poca gente!).

Capisco che tali fotografie servano per farci coraggio, sentirci vicini anche se distanti nell’isolamento dovuto alla pandemia. Però ciascuno di noi ha la responsabilità sociale nel comunicare il messaggio di restare a casa perché quanto mostriamo e diciamo si colloca in un contesto più ampio del nostro orticello. Perciò, se non puoi fare a meno di pubblicare questo tipo di fotografie per una serie infinita di motivi, specifica chiaramente e subito che sono antecedenti le misure restrittive. Che risalgano alla settimana prima la chiusura totale o all’ultimo capodanno non importa: scrivilo chiaramente anche se ti sembra evidente e scontato. E comunque tante persone non sempre leggono, ma rispondono!

COSA PUBBLICARE ALLORA?

Le persone dall’altra parte dello schermo guardano ciò che fai e sulla base dei tuoi comportamenti prendono decisioni che si ripercuotono sulla tua vita professionale. Un’azione in buona fede ma non allineata ai tempi correnti può costarti anni di lavoro in un attimo.

Senz’altro vanno bene le immagini rassicuranti e propositive della tua quotidianità personale e professionale, tenendo conto della situazione contingente. Ti suggerisco di riguardare le foto d’archivio e leggerle in questa nuova prospettiva: lo switch mentale è indispensabile per trovare materiale da pubblicare. Oppure sfoglia gli scatti dell’ultimo viaggio dove avevi fotografato una piazza vuota, i tavolini di un bar prima dell’apertura, una strada deserta e riarsa dalla canicola estiva: lì trovi il senso comune e condiviso di quanto tutti stiamo vivendo oggi. Senza generare angoscia.

Ma soprattutto usa la fantasia, scatenala: essa non ha bisogno di autocertificazioni per circolare.

RACCONTA LA TUA STORIA, COSTRUISCI IL TUO STORYTELLING

Da quando è iniziato l’isolamento domiciliare, come scelta fotografica e stilistica, realizzo ogni giorno una foto domestica perché sto a casa. Il mio mondo è fatto dei pochi metri quadri del mio appartamento. Utilizzo ciò che ho, ne faccio virtù, e mi sono data una cifra stilistica perché vi sia omogeneità visiva nel racconto per immagini di questo periodo sospeso.

Quando dieci anni fa scelsi di abbracciare la professione di fotografa sapevo che non mi sarei liberata degli studi in comunicazione e del precedente lavoro in questo ambito. Scelsi così la dicitura di Fotografa di Storie, riferita allo storytelling fotografico, perché racchiude le due anime del mio essere professionista. In questa epoca di coronavirus emerge quell’aspetto per metterlo a disposizione degli altri.

MOSTRA, EMOZIONA, COMUNICA

Perciò devi sapere che una buona foto di storytelling deve: mostrare, emozionare, comunicare. Lo puoi fare con un singolo scatto, ma generalmente e soprattutto durante una quarantena, pensa per contenuti ed elabora delle immagini che in sequenza compongano il tuo racconto. Ragiona sull’avversario, come ho detto in questo post, e costruisci il tuo periglioso viaggio eroico.

Se hai dubbi o perplessità, scrivimi. Ragioniamoci insieme.

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Barbara Oggero

Barbara Oggero

Aiuto le attività imprenditoriali a comunicare e raccontarsi. I miei interessi e le competenze professionali sono evolute nel tempo ricoprendo ruoli professionali diversi che mi hanno portata a essere Consulente di Comunicazione e Immagine. Leggi di più

2 Commenti

  1. Tatiana

    Grazie Barbara, come sempre attenta e profonda. Sei un valido sostegno in questo momento. Grazie ancora
    Tatiana e Antonio

    Rispondi
    • Barbara Oggero

      Grazie a voi Tatiana e Antonio, per esserci e per essere sempre tanto attenti e sensibili.
      Vi abbraccio a distanza, in attesa di rivederci presto.
      Barbara

      Rispondi

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