Storytelling e coronavirus

12 Marzo 2020

coronavirus covid19 storytelling photostorytelling Barbara Oggero fotografa di storie

Sulla narrazione della storia e degli eventi. Cosa dobbiamo imparare dall’emergenza coronavirus in materia di storytelling e perché è importante continuare a raccontare la nostra storia.

Di recente ho visto la lezione magistrale di Alessandro Baricco sulla narrazione e lo storytelling. È del 2017 e partiva dalla figura di Alessandro Magno per raccontare cos’è lo storytelling, come viene usato e quali sviluppi può avere. La sua lezione è molto ricca e approfondita, ed è utile per fare analisi del quotidiano e degli eventi che ci investono e riguardano. Così la sua lezione mi ha fatto pensare all’emergenza coronavirus che stiamo vivendo a livello locale e globale.

UNA LEZIONE MAGISTRALE

Partiamo dalla definizione di storytelling data da Baricco: “Togli via i fatti, ciò che resta è storytelling”.
Per spiegare il concetto egli racconta un fatto accaduto in Francia nel 2016, propagatosi per tutta Europa come un’onda. Riguarda l’affaire sentimentale che coinvolse l’allora presidente francese Holland e il libro scandalo scritto dalla tradita première dame. Vi era una grande attesa pruriginosa attorno al volume, montata dai media nei mesi precedenti la distribuzione, con anticipazioni e tutto il resto.

Il giorno dell’uscita del libro, una signora passò davanti a una libreria di un piccolo paese bretone e lesse un cartello con scritto: “Qui non si vende quel libro lì”. Lo fotografò e fece un tweet esaltando la scelta del libraio. Il tweet fece il giro di Francia e d’Europa diventando un vero manifesto di ribellione e quindi un movimento collettivo. Vi aderirono altri librai francesi e ottenne il sostengo di omologhi in diverse parti d’Europa, dove quel libro non avrebbe avuto successo ma era diventato il simbolo di altri scritti nazionali di ugual tenore.

L’ANARCHIA DELLO STORYTELLING

Accadde tutto in un giorno, dice Baricco. Così il dì successivo un giornalista locale andò a intervistare il libraio-eroe della provincia bretone e scoprì che il cartello era stato apposto perché gli non era stato ancora consegnato il libro e si era stancato della gente che entrava a chiederlo.

Torniamo alla definizione di Baricco. “Togli via i fatti, quel che resta è storytelling”.
Togli via i fatti, ciò che crea empatia, capacità di riconoscersi, condivisione è storytelling.

Il fatto è l’azione, ovvero apporre il cartello con una frase di dubbia interpretazione. Lo storytelling è il modo in cui il fatto viene decodificato e prende vita autonoma. Aver scoperto la verità sul cartello non cambiò lo storytelling perché il meccanismo si era innescato e non era più arrestabile. Questo dimostra che lo storytelling ha una componente anarchica, non controllabile. Ci sono delle derive che si possono governare in corso d’opera, ma certi diverticoli dello storytelling sono imprevedibili, soprattutto quando si prestano a libere interpretazioni.

LA STORIA DEL CORONAVIRUS

Perciò mi è venuta in mente l’emergenza coronavirus.
I fatti sul Covid-19 li conosciamo più o meno tutti. Il virus nasce in Cina tra novembre e dicembre 2019. Migliaia di contagiati, 60 milioni di persone in quarantena totale, tanti ricoverati in terapia intensiva, tanti decessi. Il virus dilaga nel mondo. L’Italia è tutt’oggi il secondo paese per numero di casi positivi, con centinaia di guariti e purtroppo molte persone dipartite. Il nostro Governo prende periodicamente misure cautelari per ridurre il contagio ed evitare il collasso del sistema sanitario. Questi sono i fatti.

Poi c’è lo storytelling, ovvero un mix tra come vengono date le notizie e la nostra ricezione delle stesse, che ha livelli diversi a seconda di fattori individuali e di gruppo. Nel caso del Covid-19, la diffusione di notizie è stata definita “infodenia” e ha innescato, ai suoi estremi: l’effetto catena di panico e ansia, oppure il pensiero che si è immuni perché colpisce anziani e ammalati, senza avere coscienza di essere tutti veicolo del virus. Questa è la componente anarchica dello storytelling, che non puoi prevedere con certezza e prende strade sue.

Ma è evidente, perché ha generato altri fatti: dall’assalto ai supermercati alla movida sconsiderata, sino alla fuga nottetempo dalla zona rossa; dai nuovi modi di salutarsi al posto di baci e abbracci, alla serrata obbligatoria dei negozi di non prima necessità; dall’obbligo di restare a casa o – nei casi previsti in deroga – di spostarsi mantenendo misure cautelari; dalle scuole che svolgono le lezioni on line alle tantissime iniziative di solidarietà e comunione; da chi continua a tossire in faccia agli altri pensando sia uno scherzo simpatico a chi indossa la mascherina comunque sia; dal discorso del Presidente della Repubblica ai decreti del Presidente del Consiglio; dalla dichiarazione di pandemia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità all’affermazione della Cina di essere uscita (dopo due mesi) dalla fase critica del contagio.

E così via: al verificarsi dei fatti nasce un nuovo storytelling che genera altri fatti.

SANTI POETI NAVIGATORI

E poi c’è lo storytelling che riguarda la percezione che gli altri hanno di noi. Il 22 febbraio scorso, il giorno successivo il ricovero del Paziente Uno, la scomposta comunicazione italiana sull’emergenza si è rivelata un boomerang. Seguo sin dall’inizio il modo in cui i fatti sono stati raccontati e interpretati. In uno scenario di pressapochismo planetario il nostro modus e la nostra reazione hanno innescato un ulteriore storytelling. Ovvero l’Italia e gli italiani sono i diffusori del virus.

Da una parte mi fa pensare che siamo sempre un popolo di santi, poeti e navigatori, ma dall’altro rimarca la necessità di pianificare lo storytelling, per quanto possibile, in modo che non vi siano troppi danni. Sia chiaro: non sto dicendo di manipolare la realtà, ma di elaborarla in modo che il sassolino, rotolando, non diventi una valanga.

La valanga in questione è stata l’interdizione di alcuni paesi ai soli italiani tra gli europei e il rischio di episodi di violenza e discriminazione verso i nostri connazionali all’estero. Un po’ come è accaduto da noi verso i cinesi tra gennaio e febbraio. Quando si dice il karma! Ma la dimostrazione è anche l’infografica diffusa la scorsa settimana dalla BBC che vede nell’Italia l’epicentro della pandemia. Dalla nostra penisola partono frecce verso altri paesi del mondo, un po’ come le mappe delle compagnie aeree per mostrare le rotte.

I fatti: il virus è nato in Cina; lo storytelling: l’Italia è l’untore del mondo.

UN NUOVO STORYTELLING

Avere una visione d’insieme dello storytelling del coronavirus sarà possibile solo tra qualche tempo, perché i fatti e la storia sono in rapida evoluzione. Lo potremo fare quando l’emergenza globale avrà abbassato il livello di guardia e si sarà fatto il conto dei danni, sia in vite umane che di perdite economiche. Però si può già notare che, a distanza di tre settimane, l’Italia è diventata esempio virtuoso a livello mondiale nella gestione del contagio, a discapito di altri paesi che ancora minimizzano o prendono provvedimenti puntando il dito contro qualcun altro. Resta però da fare l’esercizio, ogni volta, di separare i fatti e osservare quanto accade perché quella è la storia che stiamo vivendo e che possiamo modificare con i nostri comportamenti.

Per sanare la situazione serve ora un nuovo storytelling, o un contro-storytelling. Sta già avvenendo sia da parte dagli organi competenti sia di personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport che, forti della loro visibilità in diversi livelli di pubblico, veicolano il messaggio con l’esempio e invitano a comportamenti virtuosi.

IL NOSTRO STORYTELLING

Uno storytelling che deve essere supportato dalle storie dei singoli, uniti nell’osservanza delle regole e ugualmente reattivi. Resta la certezza che, purtroppo, una tale narrazione non avrà la stessa deflagrazione di quanto stiamo vivendo e che per attenuare ed eliminarne gli effetti servirà un tempo ben più lungo.

La nostra fortuna è che l’essere umano ha la memoria corta, ma il trauma vissuto e il pregiudizio si radicano anche quando i fatti sono passati e decaduti. Con questa consapevolezza bisogna iniziare il nostro storytelling, singolo e collettivo.

DA PARTE MIA

Perciò ieri ho fatto una proposta alle mie clienti. Di ripensare la loro comunicazione e di raccontare la propria realtà imprenditoriale in questi giorni di emergenza. Questa mattina ho visto on line che alcuni grandi brand lo stanno facendo in modo intelligente e con la ragionevole leggerezza in una situazione tanto critica.

Ho raccomandato alle mie clienti che ciascuna comunichi mantenendo il proprio approccio, sempre con spirito propositivo. Le difficoltà esistono e le conosciamo tutti. Le abbiamo tutti. Da parte mia fornirò loro la consulenza e le fotografie, scattate in autonomia e da remoto, per supportare al meglio il loro racconto di brand in questa fase delicata. Questo è storytelling perché crea empatia, condivisione, riconoscimento. Questo è photostorytelling per come lo intendo io. Nascondere la testa sotto la sabbia non serve e rischia anzi di essere più dannoso.

Il momento ci impone di adattarci, ripensarci e riorganizzarci per superare la crisi. Senza perdere di vista chi siamo e vanificare l’impegno fin qui profuso. Passerà, lo diciamo tutti e ci crediamo. Rispettiamo i limiti e le direttive governative. Ma non smettiamo di essere noi stessi e di mostrare ciò che siamo e facciamo. L’emergenza finirà e il dopo ci troverà con ancora più voglia di vivere e fare. Pronti a scioglierci in un abbraccio.

Ultimo ma non ultimo: se ti interessa, la lezione magistrale di Baricco è questa qui > vedila!

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Barbara Oggero

Barbara Oggero

Aiuto le attività imprenditoriali a comunicare e raccontarsi. I miei interessi e le competenze professionali sono evolute nel tempo ricoprendo ruoli professionali diversi che mi hanno portata a essere Consulente di Comunicazione e Immagine. Leggi di più

4 Commenti

  1. Barbara

    Grazie Barbara per questo lavoro di comunicazione che stai facendo, anche questo è “stare vicino” alle persone, clienti , amiche o conoscenti che siano.
    Il tuo messaggio è diretto, semplice ma intelligente, realisticamente positivo.
    Attendo con ansia di leggerti nuovamente!
    Buon lavoro e.. buone cose, nel senso più profondo e più Vero.
    Barbara

    Rispondi
    • Barbara Oggero

      Grazie Barbara.
      Nel mio piccolo cerco di essere d’aiuto, di spunto e di supporto.
      Il momento ci obbliga a stare distanti, ma contribuire l’uno al benessere dell’altro è fondamentale oggi.
      Ognuno con i propri strumenti, sempre con onestà e sincerità.
      Tanta bellezza e tanta salute a te e a chi ti è caro.
      Un grande abbraccio, che da qui si può.
      Barbara

      Rispondi
  2. Vania Belli

    Bellissima idea Barbara grazie per la condivisione ci provo anche io!! Un abbraccio

    Rispondi
    • Barbara Oggero

      Grazie a te Vania.
      Leggerti e saperti qui mi riempie di gioia e mi fa sentire la tua vicinanza.
      Condividiamo per arricchirci tutti.
      Abbraccio a distanza, in attesa di quelli veri che arriveranno.
      Barbara

      Rispondi

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